La differenza tra guardare e vedere

Wim Wendershausen

Il testo tratto da un’intervista a Wim Wenders.

In «Inventare la pace» lei si interroga sul rapporto tra il guardare e il vedere. Quali differenze esistono tra questi due atti?
«L’osservatore resta all’esterno: è solo un testimone. Se vuole, può voltare gli occhi dall’altra parte. Evita di farsi toccare. Colui che vede, invece, permette al suo cuore di essere coinvolto. Vedere è un atto molto più complesso ed emozionale del guardare».

Nel nostro tempo, spesso anche i drammi sono contemplati con superficialità. I media, come hanno rilevato Susan Sontag e Tzvetan Todorov, non si limitano a rappresentare i dolori, ma li spettacolarizzano; li trattano come eventi fotogenici, alimentando in noi indifferenza.
«È una triste realtà. È vero: guardare troppe sofferenze può renderci indifferenti. Sovente, le tragedie e le guerre finiscono per essere viste come forme di intrattenimento. Questa è una delle ragioni per cui io e Mary Zournazi abbiamo dovuto scrivere questo libro. Abbiamo capito che, prima di parlare di pace, dobbiamo esaminare la natura della nostra percezione oggi».

Dinanzi all’indifferenza dilagante nei confronti del male, in che modo cinema, fotografia e pittura possono riaffermare la responsabilità etica dello sguardo?
«Gli artisti non devono mai accettare e tollerare quel che accade. Ma devono insegnare a vedere; affrontare il mondo con serietà. Non possono limitarsi ad accogliere la spazzatura che ci circonda. Hanno l’obbligo di scegliere: lasciarsi inquinare o trovare alternative etiche. È allora che scatta la risposta dei nostri occhi, della nostra mente. Un film, una fotografia o un quadro possono guarire l’anima spezzata. È, questa, la nostra responsabilità come artisti: non rinunciare mai. Ma proteggerci dal cinismo dominante. Smascherare i trucchi nascosti dietro la valanga di cose false che ci assediano. E dare spazio a immagini diverse».

L’intervista completa, uscita in occasione della pubblicazione del libro Inventare la pace.