Non ci sono luoghi non-sacri, ci sono solo luoghi sacri e luoghi dissacrati
There are no unsacred places; there are only sacred places and desecrated places.

(How To Be a Poet – WENDELL BERRY)


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Guardo verso la discarica dall’ingresso del cimitero di Borgo Montello. Esiste un luogo della memoria più di questo? Circa trenta anni fa avevo scelto questo punto di osservazione, un po’ più alto degli altri, per verificare e comprendere quanto la quota della discarica potesse incidere sul paesaggio, quanto il suo profilo fosse estraneo alle linee e alle forme della campagna. Rammento di aver anche scattato delle foto.

La ricordavo più vicina. Adesso, con il sole appena tramontato alla mia destra, appare massiva e scura, ma quasi indistinta. La si riconosce in una linea d’orizzonte diventata nel tempo piana, al posto di quella concava che una volta, indicava una valle. È un’immagine quasi sfocata, effetto dell’ora e della distanza, ma per chi la vive più da vicino questo non vale e tutto cambia.

Sposto lo sguardo a est, verso il centro della frazione dove le molte nuove costruzioni e la vita che vi si agita sembrano indifferenti alla discarica. All’opposto, il contrasto con la sua presenza lo si sente rispetto ai segni più vecchi e originali del paesaggio: alle macchie di vegetazione, alle case sparse e soprattutto al Castello in cima al borgo.

Allora (trent’anni fa), questa presenza mi sembrava potesse incidere solo per un fatto estetico, una questione essenzialmente visiva. Non avevo pensato agli altri modi con cui si vive il paesaggio: a tutte le sue possibilità percettive, distanti o prossime, che siano: suoni, odori, gusto, tatto. Non avevo pensato alle emozioni e affettività che da esso si generano. La complessità del paesaggio mi si è manifestata solo più avanti; dopo anni e in altri luoghi (ma partendo da questo) ho capito quanto profonde siano le relazioni tra le sue forme e fisicità e la vita, gli esseri e le persone, il lavoro e i processi.

Salvatore Settis scrive: La distruzione dei valori del paesaggio produce disorientamento, frantuma antiche familiarità, innesca meccanismi di ansia e di ripulsa, sofferenze e disagi provocati dalle violenze su quel paesaggio in cui le persone si identificano e da cui traggono (o avrebbero il diritto di trarre) riferimento, identità e forza. (Paesaggio Costituzione Cemento, 2010)

Mi chiedo con insistenza quando questa estraneità potrà cessare di essere tale; quando potrà essere restituita la sacralità a questi luoghi. Sembrerà paradossale ma credo che per questo sia necessario quello che chiamiamo abbandono. Lasciare che essi siano lasciati totalmente a loro stessi e alla rigenerazione che solo la natura, con i propri processi vitali, può produrre.

Ho già immaginato le molte stagioni attraverso le quali la vegetazione potrà mutare se stessa e le forme troppo regolari di questo enorme cumulo. Un sostituirsi e integrarsi di prati, macchie d’arbusti e d’alberi; con le acque di pioggia che eroderanno pianori e versanti ma che, assieme alle forme vegetali, creeranno altre fertilità e nuovo suolo. Fino a quando poi, dopo infiniti sguardi e pensieri di coloro che quotidianamente lo vivono, questo non-luogo torni ad essere il posto di un poeta.

Ci hai mai pensato? Una volta questo borgo si chiamava Conca, poi è diventato Montello; già nel nome il suo destino, da valle a monte.