Sulle carte geografiche, anche sulle vecchie mappe, il nome Fiume Astura compare solo all’altezza di Campoverde, un tempo Campo Morto. Più a monte dell’attuale Via Pontina  sono solo indicati fossi e torrenti che portavano al fiume le acque dei valloni incisi nelle pendici vulcaniche dei Colli Albani. Nomi che fanno pensare a luoghi e storie: Carano, Formale del Bove, Spaccasassi, Crocetta, Pane e Vino, Mole.

In origine la distanza percorsa dall’acqua raccolta del fiume Astura, dal punto più elevato del suo bacino fino al mare, era di circa 44 chilometri, mentre oggi il percorso, da Campoverde alla spiaggia ad est di Torre Astura, è di poco inferiore a 20 chilometri.

La Bonifica idraulica negli anni 20, per proteggere dalle inondazioni le campagne di Campoverde e Borgo Montello (allora chiamati Campo Mortoe Conca), ha deviato le acque “di monte”, spesso impetuose e trascinanti ingenti quantità di detriti di origine vulcanica, nel fosso Spaccasassi. Un corso d’acqua, il cui nome non era casuale, è stato quindi allargato e reso più rettilineo e così ribattezzato in Allacciante Astura, diventando tributario del più grande dei canali della bonifica pontina, il Canale Mussolini o canale delle Acque Alte (un tempo  fosso di Mostarello).

Carta idrografica del 1889 comprendente il bacino originale del fiume Astura

Carta idrografica del 1889 comprendente il bacino originale del fiume Astura

 

Il fiume, privato della gran parte del suo bacino, quella dei versanti meridionali dei Colli Albani e della vasta campagna tra questi e la via Pontina, vede oggi molto ridotta anche la propria portata d’acqua. Eppure ancora le sue piene creano allagamenti. Ma come tutti i fiumi l’Astura fa il suo mestiere: raccoglie in un solco le piogge dilavanti, i drenaggi delle sorgenti e, con tutta la nostra  civiltà ed il nostro sviluppo, anche i rifiuti liquidi e solidi del vivere quotidiano (insediamenti urbani, coltivazioni e industrie). Al contrario di quanto avviene, ma avviene ovunque, le rive dei fiumi dovrebbero invece essere rispettate: lasciare all’acqua delle piene gli spazi necessari, così alla vegetazione e agli organismi delle sponde fluviali il compito di metabolizzare l’inquinamento e rigenerare le acque, arricchire il paesaggio e consentire così la cura della sua memoria.

Acque e rifiuti
Nel tempo, la forza delle acque del fiume, che oggi trasporta più che altro rifiuti,  ha trascinato verso mare, grandi quantità di materiali terrosi (ciottoli, sabbie, lime e argille) colmando, durante  le alluvioni, la valle di sedimenti: un riempimento perfettamente orizzontale, terreni tabulari con in superficie un suolo fertile.

Oggi l’Astura lo si nota appena tra appezzamenti agricoli e insediamenti, accennato da brevi e discontinui filari o macchie di alberi, confuso tra altri fossi e canali. In realtà ha determinato la storia di questa porzione della pianura di passaggio tra l’Agro Romano e quello Pontino, una via d’acqua millenaria. Se l’esteso Bosco di Conca ha fornito materiale da costruzione e calore, restituito attraverso le carbonaie, il fiume ha dissetato e irrigato, ha costituito la via di trasporto e fornito l’energia  per le prime forme industriali, mulini per macinare e macchine per lavorare il ferro.

Viaggio sul fiume
Torno al percorso del fiume e provo a rispondere a domande che in più persone mi hanno posto. Da dove arrivano oggi le acque dell’Astura e come si forma la sua portata? E quelle sabbie abbandonate dalle piene e quella torbidità a volte terrosa come si originano? E, a pensarci bene, come si creano i mutevoli colori del fiume? Non proprio blu il colore dell’acqua. Nessuna acqua di questa pianura è blu, piuttosto verde. Il verde cristallo tra la vegetazione e le rovine di Ninfa, il verde torbido e marcio del canale Colmata, quando imputridisce, densa di microscopiche alghe, nella torrida insolazione estiva. E l’Astura, quasi limpido nei tratti iniziali (se lontano dalle piogge), purtroppo è più simile al Colmata verso la foce.

Per rispondere a tutto questo le carte topografiche non bastano, serve un’esplorazione diretta. Scavalcando la Pontina uscendo da Campoverde risalgo così i due fossi principali da cui oggi si origina: il fosso di Carano e il fosso della Crocetta. Il primo è troncato dal nuovo corso dello Spaccasassi; una chiusa in abbandono lo isola da esso. Il secondo, con complesso gioco idraulico, versa parte della sua portata ancora nello Spaccasassi. Quello che vedo mi ricorda come per molti corsi d’acqua, specie d’estate, senza le piogge e con le falde abbassate (anche perché troppo sfruttate), la portata si formi in larga parte con le acque rilasciate dai depuratori, quando non direttamente da scarichi non trattati.

A valle della Pontina, percorro strade intersecanti o parallele e provo a seguire il fiume sino al mare: di ponte in ponte e lungo i viottoli e tratturi dove i fondi agricoli, se aperti, lo consentono.

Tappe discontinue lungo un percorso di meno di 20 chilometri: Ponte Alto, i vigneti di Casale del Giglio, Le ferriere e Satricum, il Castello di Conca (Borgo Montello) più distaccato dal fiume, la Valle dell’Oro  con la confluenza del fosso Femminamorta, colle Falcone e i nuovi colli di rifiuti (un tempo Colle del Pero) di fronte al Quarto delle Cinfonare, la valle del lago di S.Antonio, creato per la pesca con uno sbarramento dell’omonimo fosso all’inizio del ‘900, poi prosciugato e ora parzialmente occupato dalle inquietanti dilatazioni della discarica.

Il lago S. Antonio in un’immagine del Fondo Bortolotti (C. B. Agro Pontino)

Il lago S. Antonio in un’immagine del Fondo Bortolotti (C. B. Agro Pontino)

 

Verso il mare
La visione del fiume è frammentaria, ma dalla foce (o da nascosti punti di imbarco) è possibile una parziale risalita con una canoa, o una piccola barca,  e dare così una qualche continuità alla narrazione dei luoghi toccati dalle acque.

La foce del fiume e sullo sfondo Torre Astura al termine della spiaggia

La foce del fiume e sullo sfondo Torre Astura al termine della spiaggia

 

Barche abbandonate, qualche pescatore che ritrova nel fiume una fonte alimentare, isole di sabbia e alberi isolati, ingombri gli arbusti e “le forche dei rami bassi dal tritume“ (J. Steinbeck – Uomini e topi) e dai rifiuti portati dalle piene, degrado e quella contraddittoria bellezza dell’abbandono. Certo l’uso agricolo è spesso arrogante e lascia inconfutabili segni, ma i cumuli di rifiuti ripetuti suggeriscono anche un’origine artigianale e domestica.

Acque che lavano il territorio dunque, …tali sono le acque come i luoghi che esse attraversano e come gli uomini che esse dissetano e servono.(Plinio il Vecchio – Naturalis historia)

Confronto l’esplorazione con le vecchie carte topografiche, quelle utilizzate per progettare la bonifica “finale”. Sulle mappe ritrovo nomi di manufatti e opere che oggi son distanti dalle rive e molto non torna. Nel tratto terminale del fiume, il percorso antico è stato abbandonato, spostato di centinaia di metri, canali immissari deviati o coperti da strade, altri ne compaiono di nuovi. Eppure a navigare l’Astura, a esplorane le rive e i fossi che vi confluiscono molti scorci sembrano, pur manipolati, lì da tempi lontani. È la capacità di rigenerazione della natura il potere paziente e continuo della vegetazione; mi viene in mente Il mondo senza di noi; pochi anni e tutto, qualunque opera viene ricoperta avviluppata dai muschi, dall’erba, dai cespugli e dagli alberi, restituendo una dignità ai luoghi e forse anche l’onore perduto alla terra.

 

Carta topografica del 1932 relativa al tratto termìnale del fiune Astura

Carta topografica del 1932 relativa al tratto termìnale del fiune Astura